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Riflessioni di un Ex audiofilo di Diego Nardi

Quello che riporto per intero è un articolo scritto da Diego Nardi e una riflessione sull’ “audiofilia” nel senso stretto.

Condivido quest’articolo dato che ne condivido pienamente il contenuto.

 

RIFLESSIONI DI UN EX AUDIOFILO di Diego Nardi

 

Il sottoscritto è stato un audiofilo convinto, ed ha attraversato le relative fasi: dalla semplice scoperta della stereofonia, al passaggio graduale alla così denominata “high end” ed all’incontro con i cosiddetti “audiofili”; dalla lettura entusiasta della stampa di settore, all’apprendimento di un po’ della tecnica delle apparecchiature, fino ad una lettura sempre più critica, ed infine alla presa di coscienza di cosa sia realmente questo audio d’elite.  Vale forse la pena proporre in modo organizzato alcune considerazioni su come si comportino gli audiofili..

 

Chi scrive si considera persona razionale e pragmatica, da alcuni considerata cinica. Può darsi, comunque gli è occorso un certo numero di anni per comprendere la mentalità degli “audiofili”. Ha provato a farne parte, ma col tempo si è accorto che ciò, anziché promuovere e coadiuvare la passione per la musica, la ostacolava; sì che, alla fine, se ne è affrancato. Non ha, per fortuna, abbandonato l’ascolto della musica; ma le uniche apparecchiature conservate tra le tante possedute, alcune anche molto costose, sono vecchiotte e poco quotate nei circoli high end. Ciò non ostante, formano un

sistema dal suono diretto e privo di orpelli, godibile con tutti i dischi, che apparati sulla carta superiori, e dal blasone di gran lunga più prestigioso, gli avevano negato. Ad ogni modo, il punto di questo modesto pezzo non sono le apparecchiature, ma i comportamenti. Dopo tanti anni, pareva interessante provare a ragionare su alcuni fatti ricorrenti, nel tentativo di razionalizzarli e di trovarvi (forse!) un qualche motivo di riflessione.

 

L’impianto audio. Mezzo o fine?

 

Se chi scrive interrogasse una persona non addentro allo specifico settore hi-fi circa il motivo di esistere di un apparato audio, questi -probabilmente con l’espressione maravigliata di chi si è sentito domandare un’ovvietà- risponderebbe più o meno “Ad ascoltare la musica, si capisce!”.  Un audiofilo, d’acchito, probabilmente risponderebbe anch’egli così; ma, per lui, non è così un’ovvietà.

 

L’importanza che l’impianto audio riveste per il “vero” audiofilo, va molto oltre il mero aspetto funzionale; anzi, ci si potrebbe spingere ancora più in là ed affermare -senza soverchia tema di essere smentiti dai fatti, anche se a rischio di tirarsi addosso qualche contestazione- che per la maggior parte degli audiofili, l’aspetto funzionale principale non sia affatto l’ascolto di musica. Lo testimoniano diversi fatti. Uno è l’importanza attribuita alla “qualità” dell’incisione, spesso preponderante rispetto al contenuto musicale stesso. La questione di “come” un disco è inciso, piuttosto che “cosa” vi sia inciso, in taluni casi scava un abisso incolmabile tra le preferenze discografiche dell’audiofilo e quelle

 

dell’appassionato di musica; cosa che autorizza a ritenere nettamente separate le due categorie, ed ha nei fatti creato negli anni una particolare categoria di dischi ed addirittura fatto nascere delle etichette discografiche specializzate (anche codesta Rivista ne ha fondata una) nel proporre produzioni adatte a mettere alla prova e dimostrare le capacità di un impianto di riproduzione. Chi scrive ha reperito dischi dichiaratamente orientati a questo risalenti fino agli anni Cinquanta, e non esclude (anzi, è quasi certo) che ne siano esistiti in tempi ancora anteriori; a riprova del fatto che la netta distinzione tra appassionato di musica ed appassionato di riproduzione non solo è assodata, ma è anche di vecchia data.

 

Un altro fatto che lo scrivente ha notato, strettamente connesso con il precedente, è che gli audiofili, fra di loro, non parlano mai di musica.  Di più: gli argomenti di cui prediligono discorrere, in genere, verrebbero considerati di scarsissima importanza, o addirittura incomprensibili, da un appassionato di musica.  Il sottoscritto, quando conversava con altri audiofili, confessa che gli argomenti di tali conversazioni spesso non gli erano affatto chiari! Lo stesso contenuto musicale di detti dischi  si è evoluto nel tempo; quelli degli anni Cinquanta e Sessanta proponevano programmi che potremmo definire “di intrattenimento”, in genere si trattava di grandi orchestre, di stampo sinfonico o jazz, che riproponevano sontuosi arrangiamenti di brani classici apprezzati dal grande pubblico, o di standards, o di brani da hit-parade; erano di gradimento di tutta la famiglia, ed i musicisti coinvolti erano spesso di altissimo livello. Tanto che facilmente venivano acquistati anche da utenti non specificamente appassionati del settore; i migliori di questi dischi sono assai godibili ancor oggi.

Quelli degli anni Settanta e Ottanta proponevano perlopiù ancora programmi simili, ma con artisti di livello nettamente inferiore, tranne qualche eccezione. Negli ultimi venti anni poi si è assistito ad una involuzione, con gruppi sempre più piccoli, arrangiamenti sempre più scarni, e scelte musicali sempre più inadatte all'”intrattenimento”.  Questi dischi, mogli e figli non li ascolterebbero mai.  Con tali scelte, evidentemente l’audiofilo intende isolarsi dal mondo esterno; si potrebbe sospettare che intenda isolarsi dal mondo reale, in una curiosa contraddizione con la dizione stessa “alta fedeltà”, che presupporrebbe l’aderenza del riprodotto ad un modello tangibile.

 

Evidentemente la funzione che l’audiofilo attribuisce all’impianto audio non è quella di riprodurre musica, ma qualcos’altro -che allo scrivente in parte sfugge-, forse e solo forse presente sui dischi. L’impressione più volte riportata da chi scrive è che questo “qualcos’altro” sia una categoria a sè stante, che gli audiofili cercano di costruire ad immagine e somiglianza dei loro desideri.  Ecco il senso del titolo di questo paragrafo: se il fine dell’impianto non si concreta nella riproduzione della musica, esiste la possibilità che non stia nemmeno nella “riproduzione” di qualcosa, ma che si chiuda su sè stesso. Ecco anche perché all’inizio si è affermato che la funzione della riproduzione della musica, per un audiofilo, “non è così un’ovvietà”.

Il sottoscritto non è affatto convinto che  gli audiofili medesimi abbiano una risposta convincente e definitiva a tali dubbi, e forse essi non sono nemmeno troppo interessati a trovarla.  Apparentemente preferiscono perpetuare un relativismo dove chiunque può affermare tutto ed il contrario di tutto, persuasi -non del tutto consciamente, o, se sì, non lo vogliono ammettere- che, diversamente, il giuoco finirebbe.

 

Strumento o giocattolo?

 

Molti indizi ricavabili osservando l’atteggiamento degli audiofili portano a ritenere che essi intrattengano un rapporto di tipo ludico col loro apparato.  Ad esempio, uno di questi indizi è il loro amore per i cavi e gli accessori.  Alcuni di questi -la maggioranza, ad esser sinceri- appaiono, se si

 

cerca di osservarli con obiettività, veramente difficili da giustificare sul piano strettamente funzionale. I princìpi in base ai quali verrebbe sostenuta la loro efficacia sono spesso oscuri e spiegati in modo poco convincente; inoltre la loro realizzazione appare molte volte cervellotica, e la loro complicazione o scomodità, di uso od installazione, francamente non in linea con gli scopi che si prefiggerebbero. Tuttavia, gli audiofili dimostrano di non saperne fare a meno e sono disposti a sborsare cifre decisamente prive di legame al loro valore intrinseco, pur di entrarne in possesso; questo, anche

quando non ne hanno compreso il funzionamento.  Spesso, peraltro, chi scrive ha notato che chi li aveva acquistati li ha adoperati solo per un po’ per poi abbandonarli, formando col passare del tempo delle sorte di strane collezioni di “alchimie moderne”; praticamente tutti i “veri” audiofili incontrati negli anni dal sottoscritto ne possiedono una.

 

Visto che gli audiofili stessi si servono di argomentazioni traballanti per giustificare, sul piano funzionale, l’acquisto a sì caro prezzo di simili oggetti, dev’ esservi una spinta di altro tipo al loro possesso.  Chi scrive ha tratto la conclusione che la motivazione più plausibile sia l’aspetto ludico. Ciò oltre tutto collima bene con l’argomento sopra trattato: se ciò che rende desiderabile l’impianto audio non è la sua capacità di riprodurre musica, che interessa agli audiofili in misura tutto sommato marginale, allora è molto probabile che sia la possibilità di giocarvi.  Ammettendo questo, tutto quadra: ogni accessorio moltiplica le possibilità di giuoco, senza la necessità di stravolgere ogni volta elementi vitali.  Ecco allora anche la giustificazione al prezzo: quest’ultimo viene valutato non in rapporto al valore intrinseco dell’accessorio, ma in confronto con la spesa necessaria all’acquisto di un nuovo apparato.

 

Il caso dei cavi, all’occhio di chi scrive, appare particolarissimo ed, a suo modo, geniale nei suoi addentellati commerciali.  All’inizio degli anni Ottanta in Occidente -e qualche anno prima in Giappone- ci si è resi conto che i cavi fino ad allora utilizzati per collegare gli elementi dell’impianto audio -piattine schermate sottili, cavetto rosso/nero- causavano un certo degrado del segnale che vi transitava.  Il problema sarebbe stato abbastanza facile da risolvere giacché, allora come ora, con

qualche ragionamento più approfondito sulle cause di questo degrado, si sarebbero potuti individuare e “standardizzare” altri tipi di cavi, già in uso in altre applicazioni, in grado praticamente di azzerare tale difetto e chiudere definitivamente la questione.  Cavi del genere esistevano allora, esistono tuttora, e non sono particolarmente costosi: ma non è questo il punto.  Alcuni operatori del settore hanno intuito che sarebbe stato molto più redditizio creare un mercato apposito e, ottenuto l’appoggio della stampa di settore, è nato, letteralmente dal nulla, il mercato dei cavi.  La cosa ha preso piede in maniera travolgente e senza quasi incontrare resistenza: in capo a cinque anni si è riusciti a far digerire agli audiofili che un metro di filo elettrico potesse costare trecentocinquanta mila lire.  Altri cinque anni, e senza che nessuno si scandolezzasse, si è arrivati a due milioni al metro.  Ancora cinque anni -e siamo alla seconda metà dei Novanta- e si sono toccati dei massimi di cinque o sei milioni al metro.  In tale frattempo, sono state proposte cose scandalose: dai cavi ad acqua, a quelli imbottiti di piombo.  La domanda è: “Com’è possibile che tutto questo sia potuto accadere ?”

 

La sola risposta che il sottoscritto è riuscito a darsi è che, evidentemente, gli audiofili si sono divertiti troppo coi cavi, perché qualcuno avesse il coraggio di sospettare che forse qualcun altro si approfittava delle loro velleità ludiche.  Esistono ad esempio cavi che intenzionalmente introducono una loro caratterizzazione sull’ascolto; questi sono i successori, anzi i succedanei dei controlli di tono –

che hanno curiosamente cominciato a scomparire dagli amplificatori proprio coll’avvento dei primi cavi audio !-  cosicché ora l’audiofilo deve comperare un nuovo cavo ogni volta che vuole cambiare regolazione…  Lo scrivente si è accorto, ormai da lunga pezza, che, eccettuati i casi di cui sopra, le

 

differenze sonore realmente percepibili tra cavi audio specifici di “alto di gamma”, ma realizzati seriamente, ed alcuni tipi di cavi industriali di costo decine di volte inferiore, sono sfuggenti, lungi dall’essere decisive -o forse è più appropriato dire “dall’avere influenza”- sull’ascolto di musica e comunque mai tali da giustificare la differenza di spesa.  Eppure… ogni audiofilo che si rispetti ha sempre la sua collezione di cavi.

 

E’ probabile che queste collezioni appaghino anche il desiderio di “possesso”, a volte anche morboso, che l’audiofilo nutre nei confronti dell’impianto, similmente al bambino col giocattolo.  Ad onor del vero, talvolta gli audiofili più consapevoli questo lo ammettono apertamente.  Ciò può fornire una spiegazione anche alla loro costante smania di “up-grading” e di modifica delle apparecchiature. Queste operazioni, che gli audiofili spesso arrischiano senza la più pallida nozione di cosa vadano abborracciando, e che, a quanto chi scrive ha potuto osservare, vanno dall’ornare l’oggetto di orpelli inutili anzichenò, alla sua totale devastazione, con preventivi per il ripristino vicini al costo dell’apparato nuovo -il sottoscritto può testimoniare di almeno un caso di un elemento talmente martoriato che l’assistenza autorizzata lo giudicò irrecuperabile (NOTA: era un DAC Audio Note che mi capitò quando lavoravo a Nerviano. L’avevano talmente conciato che non si poteva più recuperare neanche il telaio.  Fu il caso più estremo, ma non l’unico tra quelli che mi sono capitati !)– parrebbero foriere dello stesso piacere che provano i pargoli a smontar i loro balocchi.

 

Un altro indizio proviene dalla constatazione della smisurata importanza attribuita dall’audiofilo al fattore estetico ed alla presentazione, anche degli accessori.  Ciò è singolare, in primo luogo perché i canoni estetici più graditi agli audiofili in genere non solo non migliorano l’accettazione dell’apparato da parte di chi con lui coabita, ma anzi spesso, essendo antifunzionali e pacchiani -vedansi al proposito certi diffusori e certi amplificatori, specie a valvole- portano ulteriore conflittualità.  Quest’ultima è aggravata dal fatto che raramente l’impianto audio è a disposizione di tutta la famiglia; quindi viene visto come un ingombro, un’intrusione a beneficio del solo audiofilo.

 

In secondo luogo, certe scelte estetiche e certe lavorazioni comportano un aggravio di costo notevole su ogni elemento, che finisce per avere un prezzo d’acquisto ancora più slegato dal valore intrinseco. La contraddizione è che l’audiofilo su questo protesta fieramente, salvo poi snobbare prodotti che, presentati in maniera più dimessa, per un pari esborso potrebbero offrire contenuti e risultati d’uso ben più interessanti.  Anche da questo aspetto si trae la conclusione che il valore funzionale -inteso come fedele riproduzione della musica- dell’impianto audio, per l’audiofilo non rappresenti una motivazione sufficiente.

 

Questo lo sanno bene i commercianti del settore, che hanno elaborato tutta una serie di stratagemmi psicologici, con lo scopo di trarre profitto dai desideri dell’audiofilo.  I più bravi in questo sottile giuoco riescono a piazzare oggetti che a qualsiasi profano apparirebbero del tutto invendibili.

Tra questi stratagemmi rientra anche la negoziazione del prezzo di acquisto e di ritiro dell’usato. Chi scrive, pur non avendo mai preso parte a trattative del genere, ha ormai imparato anch’egli che gli elevatissimi prezzi di listino pubblicati per certi prodotti, sono talvolta da ritenersi una base di trattativa nel caso peggiore, cioè che il possibile acquirente intenda dare in permuta un oggetto recente e di categoria equivalente; altrimenti si mercanteggia fino a chiudere a prezzi MOLTO inferiori a quelli di listino.  L’audiofilo esperto questo lo sa perfettamente, ma evidentemente prova molta più

soddisfazione nel negoziare sulla base di un prezzo “fittizio”, che nel pagare un prezzo più equo, ma senza trattativa.

 

Esistono alcuni commercianti che, colla tecnica del ritiro/vendita usato contro usato, fanno continuamente circolare gli apparecchi tra i loro clienti monetizzandoli un po’ alla volta: spesso convincono un cliente ad effettuare un cambio anche quando questi non ne aveva manifestato l’intenzione, e con un altro apparato tutto sommato equivalente.  Questi commercianti sanno scegliere molto bene i clienti che si prestano a tali manovre: in questo modo, per loro il giuoco non ha mai fine.

 

Condizionamenti, consulenze del primo, secondo e terzo tipo, e l’importanza della suggestione

 

Dal momento che l’audiofilia non è comunemente compresa, né tantomeno condivisa, da alcuno che non sia anch’egli addentro al settore, gli audiofili esercitano la loro passione in sorte di gruppetti, alcuni dei quali sembrano quasi specie di società segrete. Finanche alcuni progettisti di apparati, quelli dall’approccio più razionale e funzionalista, cioè ancora convinti che l’impianto audio serva ad ascoltar la musica e vada progettato in funzione della medesima -sono una sparuta minoranza, in verità- mal tollerano di doversela vedere con le esigenze “ludiche” degli audiofili, e non mancano di attaccarli con sarcasmo quando si presenti loro l’occasione.  Altri però -purtroppo la maggioranza- fanno affidamento proprio sui giudizi questi gruppetti; e questo, se nel breve periodo può far fare loro un po’ di cassa, nel medio è la rovina del settore.

 

Infatti, dal momento che, come affermato più sopra, è altamente ragionevole ritenere che l’audiofilo consideri il proprio impianto audio alla stregua di un giocattolo -il che preclude completamente atteggiamenti troppo tecnici ed orientati al risultato, che renderebbero tutto molto meno vario e divertente, favorendo invece un approccio relativistico e, di fatto, il rifiuto di qualsiasi criterio razionale di scelta- non rimane altro, per questi gruppetti di audiofili, che scegliersi un “pacchetto” di convenzioni con le quali fare un identikit del loro “suono” ideale e delle tipologie di apparati da preferirsi per ottenerlo; ma si tratta sostanzialmente di forme di partigianeria non supportate da assunti tecnici o “filosofici” ben organizzati.  Le opinioni che si fanno strada in seno a questi gruppetti non hanno pertanto alcun fondamento preciso.

 

Ed arriviamo così alla principale contraddizione dell’audiofilia: se, da un lato, il non volersi dare criteri di scelta razionali dà all’audiofilo l’inebriante impressione che il suo mondo sia bello, interessante e privo di trappole, e fornisce al suo Ego un appiglio per ritenersi un grande e saggio esperto, dall’altro lo priva di una qualsiasi linea guida sufficientemente affidabile, sulla quale basarsi per effettuare acquisti evitando delusioni.   Egli è, così, roso costantemente dal germe del dubbio, e pertanto cerca in qualche modo delle certezze; proprio quelle che vorrebbe rinnegare per tema di togliere al giocattolo il suo fascino!   Il vero audiofilo -ricordiamolo- non ha mai una vera padronanza della tecnica dei suoi apparati: se l’avesse si risparmierebbe denaro e delusioni ma non potrebbe permettersi un approccio troppo ludico, e quindi, forse, si divertirebbe meno.  Né è d’aiuto il fatto che, sulla tecnica, anche la stampa di settore abbia, oramai da lunga pezza, gettato la spugna: le recensioni degli apparati ormai non riportano più né schemi elettrici, né tampoco spiegazioni o commenti dei medesimi, e spesso neppure le misure più elementari. Tutto si riduce alla prolissa, ed estremamente noiosa, esposizione delle impressioni del recensore, mentre le scelte tecniche che stanno dietro ai prodotti restano nelle tenebre più fitte.

 

Càpita così, e secondo canoni che si ripetono più o meno sempre uguali, che l’audiofilo che ha già preso la decisione di acquistare un certo oggetto che in quel momento gli appare desiderabile, vada a chiedere conferma a terzi -che egli ha previamente classificato come candidati dispensatori di certezze-

 

circa il fatto che l’oggetto su cui è orientato sia effettivamente quello giusto e non comporti rischi di delusione.  Il problema è che la scelta che l’audiofilo ha già operato, come spiegato, non segue criteri razionali: malgrado ciò, egli ne è convintissimo e non è minimamente disposto a lasciarsi persuadere diversamente. Il suo comportamento in questa situazione, alla quale chi scrive ha assistito più e più volte, è assolutamente peculiare: qualora il suo interlocutore -non importa se a torto od a ragione- palesi contrarietà all’operazione pianificata, egli, che, come detto, non è disposto ad essere contraddetto, reitera la domanda -attenzione: non cerca argomentazioni a suo favore; semplicemente reitera la domanda- all’infinito, anche a più riprese distribuite nell’arco di mesi, nella speranza che il suo interlocutore ceda e finisca per confermargli che, ebbene sì, sta facendo bene.  L’audiofilo cioè si rifiuta di recedere dal suo proposito; pur tuttavia non si sente tanto sicuro da agire senza il beneplacito di terzi.

 

Come vada a finire il contradditorio tra l’audiofilo ed il suo consulente designato, dipende esclusivamente da quanto quest’ultimo sia disposto ad assecondare l’audiofilo; ad un dato momento il loop si deve pur fermare, e l’esperienza mostra tre possibili modalità: in ordine decrescente di gradimento da parte dell’audiofilo, e crescente di onestà intellettuale del consulente.

Consulente del primo tipo: decide scientemente di far contento l’audiofilo; una volta capito quale risposta egli spera di ottenere, gliela dà.

Consulente del secondo tipo: fornisce una risposta diversa ogni volta che la domanda viene

ripetuta. Questo è quanto l’audiofilo spera, ed è per questo che insiste: statisticamente, la risposta favorevole tanto attesa prima o poi arriverà.

Consulente del terzo tipo: risponde quello che realmente pensa e, se l’audiofilo intende commettere una corbelleria, prova a spiegargli perché non dovrebbe: ma l’audiofilo insiste fino ad esaurire la sua pazienza, e finisce per farsi spedire a quel paese in malo modo.

 

In altre parole, l’audiofilo non vuole affatto un interlocutore onesto od esperto: ne vuole solo uno disposto a dargli ragione. Il merito di queste discussioni infatti è completamente irrilevante, e non ha alcuna influenza sul loro esito.  Una tattica che gli audiofili adottano abitualmente per aiutarsi, inoltre, è quella di formulare domande più vaghe, generiche ed indirette possibile: così agendo, almeno i consulenti del primo o secondo tipo forniscono a loro volta risposte che l’audiofilo ha modo di interpretare sempre come delle conferme.  Tale tattica è meno efficace con i consulenti del terzo tipo, che riescono a comprendere dove l’audiofilo voglia andare a parare e rispondono in modo meno facile da strumentalizzare. Paradossalmente questi ultimi sono più affidabili, ma meno ascoltati.

 

Altro addentellato della di sopra contraddizione, è che essa implicitamente promuove il proliferare nel mercato di operatori a vario titolo -commercianti “paralleli”, guru, fantasiosi inventori e financo improvvisati costruttori- spesso non solo privi di alcuna competenza del ramo, ma addirittura completamente digiuni sia di Fisica che di Elettrotecnica, e però in qualche modo legittimati sia da detta spinta al relativismo,  sia dalla fame di “certezze”, ma soprattutto dal fatto che solitamente si qualificano come consulenti del secondo tipo. A volte vorrebbero rientrare nel terzo tipo, emettendo proclami e sentenze apparentemente inappellabili; ma, non sapendo quello che dicono, si

contraddicono in continuazione, ed un interlocutore mediamente smaliziato non ha difficoltà ad incastrarli.  Di fatto, trattasi perlopiù di semplici audiofili dall’Ego particolarmente prepotente, od in altri casi, e più semplicemente ancora, di furbacchioni nel tentativo di arrotondar le loro finanze. Costoro, sebbene a rigor di logica non abbiano alcun titolo per considerarsi depositarii di scienza o saggezza speciali, nel presente stato di cose si sentono in un certo qual modo incontestabili, ed anzi spronati a sputar sentenze a destra e a manca, inevitabilmente in contraddizione l’uno coll’altro giacché

 

lo sono anche con sè stessi.  Il fatto che nessuno, nel settore, osi pretendere conferme concrete o giustificazioni tecniche alle loro affermazioni, rende loro un magnifico servigio.  Gli audiofili se la prendono a morte con chi mette in dubbio tali “autorità (auto)costituite” perché le vedono come sorte di salvagenti; e però non riescono a discernere a chi dar retta perché impediti dal relativismo e dalla poca conoscenza tecnica!  Col frustrante risultato che gli audiofili d’istinto darebbero retta a tutti; e questi sputasentenze, lungi dal risultare di qualche aiuto, a conti fatti confondono loro vieppiù le idee, spacciando per Verità le panzane più peregrine.

 

Dal momento che anche con la logica, od almeno quella che agli audiofili deve apparire tale -non rendendosi costoro conto che essa è minata alla base dalle contraddizioni appena esplicitate- non appare possibile un’esistenza tranquilla ed al riparo da dubbi e delusioni, ecco che essi spesso trovano conforto nella suggestione. Essa consente loro di trovare da soli le risposte univoche, le certezze, che non sono raggiungibili per altra via; le suggestioni inoltre sono facilmente condivise all’interno del gruppetto, per cui hanno anche una funzione aggregativa. Se qualcuno dei sopra citati guru sostenesse che spruzzando acqua fresca sui cavi il suono migliora, a molti audiofili farà piacere crederci, ma potrebbe rimanere loro qualche dubbio residuo, sul fatto di aver anch’essi percepito realmente i miglioramenti descritti dal guru ripetendo l’esperimento secondo le sue prescrizioni.  Resterebbe, in fondo, il noioso sospetto di esser stati presi per il naso.  Qualora però uno di questi audiofili riuscisse a persuadere il resto del suo gruppetto su tali miglioramenti -ed è una questione più che altro di

dialettica- tutti i suoi dubbi si dissiperanno, trasformandosi in incrollabile certezza collettiva.  Questo meccanismo funziona in maniera infallibile, e del tutto indipendente dai reali esiti dell’esperimento:

non occorre che un fenomeno sensibile esista davvero, la semplice convinzione che ci sia è un conforto più che sufficiente.

 

A tal proposito, qualche volta chi scrive ha provato a far esperimenti, con esiti a tutta prima sconcertanti, ma spiegabili tenendo presente quanto sopra.  Un esempio fra i tanti possibili: poco più di un decennio fa certa stampa iniziò a parlare dell’importanza, ai fini sonici, del verso d’inserzione della spina di rete.  La cosa fu giustificata con argomentazioni tecniche non troppo solide, ma che tutto sommato potevano avere un loro senso.  A quei tempi il sottoscritto -che aveva frequentazioni relativamente assidue con altri audiofili- provò a prendere in considerazione l’argomento, collegando le varie apparecchiature secondo quanto prescritto dalla stampa americana -minimizzazione del

potenziale verso terra della massa di ciascun telaio-, ma francamente, all’ascolto, non registrò alcuna differenza realmente identificabile come tale, rispetto alla situazione preesistente.  La questione, per un certo periodo, fu controversa all’interno del gruppetto; poi la stampa smise di parlarne, e tutto fu dimenticato.

 

Qualche anno dopo, chi scrive incontrò nuovamente l’allora “leader” del gruppetto, e la vecchia questione della fase di rete tornò fuori.  Costui sosteneva che l’inversione della spina si udiva chiaramente in ogni situazione: siccome si era a casa del sottoscritto, si decise così di far un’ulteriore prova.  Lo scrivente doveva far ascoltare il proprio impianto a tale “leader” con un disco da quest’ultimo scelto; poi, quando questi lo richiedeva, spengere il finale di potenza, armeggiare intorno alla spina, riaccenderlo e riprendere l’ascolto.  Ad ogni “cambio”, il “leader” doveva indovinare se chi scrive avesse realmente rovesciato la spina, ovvero l’avesse reinserita con lo stesso verso.  Una classica prova in singolo cieco, in genere temutissima dagli audiofili, anche se in quell’occasione la sfida fu raccolta con baldanza.  Bene: più volte, solo sfilando la spina e reinserendola senza voltarla, i

commenti del “leader” furono del tipo “Adesso è completamente diverso!”  “Tutt’altra cosa!” eccetera. La percentuale di commutazioni indovinate fu dell’ordine del 20%, come dire casuale: questo tipo di

 

prove comincia ad indicare che qualcosa si sente davvero, quando le risposte esatte sono almeno il

70%. Chi scrive fece prove simili anche in altre occasioni, con altri apparecchi, e sempre con risultati analoghi.  Così come si ripete sempre analogamente la circostanza che l’audiofilo, appena dopo esser stato platealmente smentito da sè stesso, continui pervicacemente a sostenere che quella cosa che egli ha dimostrato di non sentire, si sente benissimo.  (NOTA: la storia è vera e l’ho sperimentata

diverse volte; solo il contesto è inventato, nel senso che non ho mai fatto parte di nessun gruppetto

ed il “leader” è un personaggio fittizio, che rappresenta i vari audiofili ai quali mi sono divertito a far fare questa figuraccia)

 

Quale conclusione trarre?  Qualcuno potrà forse provare a contestare il metodo; ma vi è che esso è identico a quello adottato dagli audiofili: breve ascolto/cambio/breve ascolto eccetera, sempre dello stesso spezzone di disco.  Quest’ ultimo addirittura, a volte non contiene nemmeno musica.  Il sottoscritto ha assistito diverse volte a prove di questo genere con, per fare un esempio, il primo minuto di “Jazz At The Pawnshop”, che contiene solo rumori ambientali, reiterato per ore. (NOTA: anche questa è vera! Quante volte me li sono dovuti sorbire questi imbecilli) La sola differenza è che gli audiofili non fanno mai commutazioni in cieco: così, effettuano le loro prove avendone premeditato l’esito.  Se si leva loro la nozione di cosa stiano ascoltando, i loro giudizi si sconvolgono, oppure non riconoscono più le differenze che erano persuasi di sentire.   Allora forse il problema vero non è di metodo, ma di merito.  L’audiofilo non vuole sentire come suona l’impianto: vuole confermare a sè stesso che esso suona come gli piace pensare che suoni.  Se un audiofilo nutre una sua simpatia verso

un tale prodotto, e gli si propone il confronto con tal altro prodotto dal suono uguale o migliore -ma soggettivamente meno simpatico-, egli rifiuterà fieramente la prova in cieco, per tema o di non riuscire

a distinguerli o di giudicare migliore il meno simpatico.  Se la prova viene invece effettuata “in chiaro”, potete star certi che l’audiofilo proclamerà vincitore il prodotto da lui aprioristicamente prescelto. Autosuggestione?  Certo!  Essa è strettamente funzionale a perpetuare il giuoco, ed è un’altra di quelle cose alle quali l’audiofilo non rinunzierebbe per nulla al mondo.

 

Un quadro preoccupante

 

A parere di chi scrive, una seria riflessione e l’elaborazione di qualche contromisura per riportare l’audio di qualità fuori da tale schizofrenica situazione, sono oramai non più procrastinabili: non si può più far affidamento sugli audiofili, e sulle loro consuetudini ormai cristallizzate, per la sopravvivenza stessa del settore.  Nei termini attuali, l’audio specialistico viene presentato in una maniera che al contempo spaventa e fa ridere un neofita che vi si volesse avvicinare; il quale da un lato trova la spocchia dei venditori specializzati, abituati a trattare con gli audiofili, e gli esosi prezzi dei prodotti – oltre tutto, non essendo avvezzo alle peculiari trattative usuali per gli audiofili, e conoscendo il prezzo di altra elettronica di consumo, si scandolezza ed insospettisce vieppiù-, da un altro la pesantezza, scarsa comprensibilità e povertà tecnica delle prove e recensioni della stampa di settore, da un altro ancora le difficoltà di installazione e di fruibilità di certe apparecchiature, ed infine i risultati sonori, molte volte ben poco gratificanti malgrado l’ottimismo sia dei venditori che della stampa.

 

La causa di tutto ciò è che oramai l’audiofilia si è definitivamente distaccata dalla “vera alta fedeltà”, come codesta Rivista ama definirla.  L’audiofilia è un giuoco che si è costruito tutto un mondo fantastico di miti e fideismi, che nulla più hanno a che spartire con la fedele riproduzione della musica; anzi, quest’ultima ormai è vissuta come un vero e proprio ostacolo all’esercizio della passione audiofila. Lasciare l’alta fedeltà in ostaggio agli audiofili, e continuare a parlarne col loro linguaggio, paradossalmente tiene lontani gli utenti più promettenti, ossia coloro che potrebbero realmente essere

 

interessati all’ascolto di qualità della musica.  Non è più esatto considerare l’audiofilia come una frangia estremista dell’audio di qualità: per mantenerlo in vita, bisognerebbe avere il coraggio di restituirgli una dignità, separandolo nettamente da quello per audiofili. Anche se va ammesso che qualcosina si sta facendo, almeno dando spazio a prove di apparecchiature meno “indigeste”, il sottoscritto ritiene che si debba essere meno timidi, tornando a proporre analisi tecniche ed a fare divulgazione in questo senso,

in maniera meno sporadica.  In altre parole, occorre tornare a dimostrare al lettore e possibile cliente,

specie se neofita, che anche l’audio di qualità è una cosa seria ed offre dei contenuti.  Diversamente, la sua ghettizzazione è inevitabile.

 

 

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13 Responses to Riflessioni di un Ex audiofilo di Diego Nardi

  1. floyder 23 maggio 2013 at 22:30 #

    Lettura interessante ed a tratti divertente, ma cosa più importante ………. quante verità!!!

  2. Marco 5 settembre 2014 at 13:58 #

    Molto di quello che lei descrive è (stato) purtroppo vero, ma oltre all’audiofilo ingenuo, al venditore pescecane ed ai consulenti di primo, secondo e terzo tipo ci sono (stati) personaggi rispettabilissimi, animati da vera passione per la musica e la sua riproduzione.

    Spesso è da persone di questo tipo che sono nate le vere innovazioni/intuizioni, poi ritrasmesse sotto forma di vulgata esoterico/scaramantica dalla stampa e nei circoli di sottocultura che Lei ha ben descritto.

    Purtroppo, molto spesso (ma non sempre) queste persone hanno fatto della passione la propria professione, dovendo quindi scendere a patti con il portafogli ed alimentando la situazione che descrive.

    Vorrei però ricordare che a fianco della platea ‘audiofila’ è sempre esistita la voce critica di certi (non tutti, per l’amor di Dio!) talebani che hanno sempre deriso qualsiasi forma di esperienza empirica non supportata a priori da una evidenza teorica (o da misure), contribuendo così a radicalizzare il distacco tra i ‘mistici ed esoterici’ audiofili e gli ipermaterialisti presunti ‘tecnici’.

    Riprendendo il suo esempio, ricordo che all’inizio degli anni 80 (ma ancora oggi) c’era chi bollava come ‘fandonia’ l’affermazione che la sostituzione del cavo di alimentazione ‘standard’ con uno di migliore qualità (sezione, schermatura e geometria) potesse avere un effetto apprezzabile sul suono.

    Eppure, come giustamente scrive lei, sarebbe stato facile individuare e standardizzare soluzioni industriali a basso costo che avrebbero apportato un grande miglioramento,, invece da una parte è fiorito il mercato ‘esoterico’ dei vari olii di serpente e dall’altro si continua a negare l’effetto di un metro di cavo dopo km di linea…

    Ancora oggi, purtoppo, questi due atteggiamenti si ritrovano nell’ unico sottosettore iancora – forse – vivace e cioè il computer audio o musica liquida che dir si voglia:

    da una parte i talebani del ‘bits are bits’ che negano ogni possibile effetto sul suono di qualsiasi scelta costruttiva o configurazione prima del DAC, a condizione che venga rispettato il ‘bit pefect’ (ultiimo totem) e dall’altra chi sostiene differenze udibili prelevando lo stesso file da un disco locale o una cartella di rete (in realtà ho visto anche discussioni sulla marca di hard disk relativamente alla qualità del suono…).

    Non ho soluzioni, ma certo da ‘consumatore’ di musica (posseggo circa 3000 titoli, 50% classica), amante del bel suono e – perchè no – divertito giocatore nella ricerca e prova, inseguendo un continuo miglioramento (se vuole può chiamarmi audiofilo), non sono certamente invogliato dall’attuale situazione, nella quale molti cercano di vendermi pozioni magiche a prezzi esorbitanti (ed io diffido) mentre altri si fanno burla bellamente di tutto quello che in 30 anni di passione ed attenzione ai dettagli credo di avere imparato, sostenendo che (e sto esagerando volutamente) tutto suona uguale (ed io diffido ancor di più!).

    Aggiungiamo al tutto che non è più possibile recarsi in negozio ad ascoltare, ma gli acquisti ormai si fanno al buio in base a quello che si legge sui forum e francamente sono stupito che qualcuno ancora compri qualcosa!

    Un esempio?

    Sono mesi che non riesco a decidermi se comprare un nuovo dac in sostituzione del mio Audio Research 1-20 o invece acquistare un convertitore USB/SPDIF e mantenere l’A/R al suo posto.

    Dieci anni fa sarei andato in negozio ed avrei cercato di ascoltare il maggior numero di prodotti possibili, consapevole che il negoziante avrebbe avuto interesse a ‘spingere’ l’uno piuttosto che l’altro, quindi me ne sarei portati a casa un paio per ascoltarli nel mio impianto ed avrei infine deciso quale tenere, oggi continuo a leggere e rimando…

    Un saluto.

    Marco

  3. Gianpaolo 16 ottobre 2014 at 00:23 #

    Concordo con l’articolo di Diego …. mi capita alcune volte di leggere alcuni forum dove si “azzuffano” invece di discutere per esempio sulle modifiche agli stadi di uscita dei lettori cd , sempre di più un mondo di tecnici che di amanti della musica.
    Comunque la mia esperienza è che un po’ di autocostruzione avvicina alla musica e allontana l’audiozia . Almeno ti fa capire quanto vale quelli che comprerai …….. Tra poco suonerà George Benson a casa mia (Breezin Warner Bros 1976) e stavolta giuro che gli dirò che la sua chitarra durante il pezzo “affirmation” ha perso qualcosa in spazialità , non era iperdefinita … e George risponderà : guarda che devi cambiare l’operazionale JRC4558 nel tuo stadio di uscita !!!! Eh no anche tu !!!!

  4. Massimo 29 ottobre 2014 at 09:24 #

    Che dire se non dare in toto il mio accordo su quanto scritto da Diego Nardi.
    Mi sono costruito il mio modesto impiantino a valvole cercando di usare al massimo tutte le accortezze e capacità in mio possesso, ho raggiunto il livello di “bontà” sonora che ormai le mie povere e datate orecchie possono rendere e ne sono soddisfatto anche dopo anni di ascolto, magari è ora di cambiare le 300B (appena mi arriverà la pensione).
    Mi sono azzardato anche io a scrivere qualche cosa sui cavi in una rivista on line di cui non faccio nome ma che ha a che fare con il tritolo e dopo aver riportato certamente non mie impressioni auditive ma risultati effettuati con strumentazioni alquanto sofisticate, mi sono dovuto ………..rifugiare in un bunker di cemento armato per non essere dilaniato dalle risposte ricevute a mio indirizzo da grandi sapienti di tale sito al tritolo.
    Un ringraziamento a Diego Nardi e un grande complimento per la passione e serietà che accompagna tutto quello che pubblica.
    Grazie
    Massimo

  5. Salvo 28 dicembre 2015 at 23:03 #

    Condivido al 100% e proprio io ne sono un esempio, mi piacerebbe però sapere nel dettaglio che impianto utilizza per ascoltare.
    Grazia

  6. Salvo 28 dicembre 2015 at 23:04 #

    Grazie

  7. Gianfranco 24 gennaio 2016 at 10:15 #

    Ho letto con molta attenzione la sua veritiera disamina e mi trova in perfetta sintonia
    su tutto quanto lei ha scritto, in modo particolare su queste sue ultime righe :

    La causa di tutto ciò è che oramai l’audiofilia si è definitivamente distaccata dalla “vera alta fedeltà”, come codesta Rivista ama definirla. L’audiofilia è un giuoco che si è costruito tutto un mondo fantastico di miti e fideismi, che nulla più hanno a che spartire con la fedele riproduzione della musica; anzi, quest’ultima ormai è vissuta come un vero e proprio ostacolo all’esercizio della passione audiofila.

    Voglio aggiungere che noi esseri umani pecchiamo spesso di presunzione, abbiamo bisogno di certezze, ed e’ per questo che cerchiamo dei consensi prima di acquistare un oggetto.
    Ma quando l’abbiamo nelle nostre mani e dopo poco tempo che ci giochiamo, ci scatta un meccanismo del compiuto, e come se una parte dei nostri desideri si attenuasse.
    Noi esseri umani siamo davvero fragili e deboli, e siamo facilmente plagiabili.
    Ma nel concreto, e nella sostanza, alla fin fine siamo e restiamo insoddisfatti.

  8. Francesco 7 giugno 2016 at 16:42 #

    Salve, volevo solo ringraziarla per la guida “vecchi vinili”, un lavoro davvero utile per chi ama i vinili e il loro suo. Grazie
    Francesco

  9. Alfredo 28 novembre 2016 at 15:24 #

    L unica verità è il passaggio dai fono valigia anni 60 agli impianti giapponesi hi fi di anni 70 dopo il nulla assoluto

  10. dario greggio 12 aprile 2017 at 00:45 #

    stupendo! e pienamente d’accordo… i cavi e le fase della presa sono esempi fantastici

  11. Raffaele 17 aprile 2017 at 19:03 #

    Ho vissuto gli ultimi miei 30 anni come rappresentante di hifi anche di altissimo livello ed ho quindi frequentato parecchi rivenditori, ho visto di tutto…comunque la frase che ricorreva era che l’audiofilo non ascolta la musica ma ascolta i rumori

  12. Mario 18 maggio 2017 at 18:41 #

    Caro Diego,
    Ho progettato amplificatori e preamplificatori per anni cercando soluzioni innovative , spesso strane , a volte folli e pur avendo a disposizione apparecchiature per la progettazione ed i test dal costo proibitivo ( non ti dico cosa costa una camera anecoica con un livello di fondo di 19 dbA ) , ad un certo punto ho gettato la spugna e le cause le hai espresse con mirabile “definizione” nelle tue riflessioni . Attualmente mi ritengo un consulente del quarto tipo : se mi accorgo di parlare con un audiofilo , tronco il discorso all’istante senza spiegazioni e lo mando al diavolo ; basta perdere tempo .

  13. Antonio 30 agosto 2017 at 17:45 #

    Salve a tutti!
    Concordo pienamente con l’analisi dell’audiofilo-tipo.

    Sono un “ex” progettista elettronico (ora in pensione) che anni fa si è dilettato nella realizzazione di un amplificatore a MOSFET di potenza e relativo pre a bassissimo rumore.
    Nulla di esoterico, ma sapevo com’era fatto e perché.
    Le misure al banco erano piuttosto interessanti e l’ascolto anche (niente fruscii, dinamica veramente notevole), benché effettuato con diffusori mediocri, collegati con un semplice cavo quadripolare (che già negli anni ’90 alcune riviste suggerivano che fosse la migliore alternativa ai cavi esoterici che stavano uscendo).

    Giusto oggi ho curiosato su un forum dedicato agli “audiofili” e ho “scoperto” che vi sono cavi che hanno un verso. Ma la corrente che ci passa non è alternata?…
    Mah, saranno cavi semiconduttori…

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